martedì 5 agosto 2008

In vacanza!


Tra poche ore il vostro "beduino" se ne va per tre settimane in Giordania da parenti e amici. Cercherò di postare qualcosa da lì ma non ve lo garantisco :-)

Buone vacanze a tutti...

giovedì 24 luglio 2008

Il visto per la Casa Bianca? Al consolato israeliano...


In questi giorni stiamo assistendo ad una cosa molto triste, l’ennesimaa dimostrazione di quanto la democrazia americana sia in realtà una dittatura indiretta di lobby e corporazioni. Barack Obama, il giovane senatore e candidato democratico alla casa bianca, sta facendo il “compitino” assolutamente necessario per avere qualche speranza di diventare presidente degli USA, sta cercando di dimostrare in tutti i modi la sua amicizia, passione, amore per lo stato ebraico. L’AIPAC (American Israel Public Affairs Committee) , la lobby ebraica in America, è da sempre decisiva nell’esito delle elezioni americane, è semplicemente inimmaginabile diventare presidente degli USA senza aver prima fatto tutto quello che c’è da fare per farsi amici quelli dell’AIPAC.

Qualche settimana fa per allontanare i sospetti sulle sue origini “islamiche” Obama è arrivato a dire che Gerusalemme è la capitale eterna di Israele, suscitando lo sdegno del pacato Abu Mazen e di tutti coloro che credono e sperano nella pace, che in base a tutte le risoluzioni internazionali prevede Gerusalemme Est come capitale del futuro stato palestinese. In questi giorni durante la sua visita in Israele ha fatto di tutto per dimostrare la sua fedeltà verso Israele, dichiarazioni alla Bush, kippah in testa, visita al muro del pianto con tanto di preghiera!

Purtroppo come sempre ad avere ragione sono i più semplici, i meno colti, l’uomo di strada arabo ha da sempre rinunciato a sperare in una presidenza americana più giusta e vicina ai palestinesi, scrittori e intellettuali hanno sempre continuato a sperare ad ogni nuove elezioni. Forse questa è la volta giusta per capire che anche con "change", con la faccia nuova, con il primo presidente di colore, l’America resterà sempre legata ad un sistema che vede le lobby più forti (AIPAC in testa) decisive nella politica estera americana.

A proposito di lobby e politica estera consiglio a tutti la lettura del libro, ferocemente attaccato dall’AIPAC e oscurato a livello mondiale, di Stephen Walt e John Mearsheimer, dal titolo “La Israel lobby e la politica estera americana” , Editore Mondatori.

giovedì 17 luglio 2008

Spari in Medioriente? E' sempre un attentato!


Quando si dice "pregiudizio". Ieri sera alle 23 locali (22 ora italiana) un uomo, anzi un ragazzo di 18 anni, assiste ad un concerto libanese nel centro di Amman. Finito il concerto segue 4 musicisti libanesi e mentre questi stanno per salire sul pullman che li deve riportare in albergo apre il fuoco dalla sua 9mm ferendo i 4 libanesi, l'autista giordano del pullman e una donna palestinese che passava lì in quel momento. Un atto criminale? Un gesto di un folle? Un attentato? Non si sa ancora niente, indagini in corso... Ma non per il Corriere, da loro è tutto chiaro, arabi= attentati. Ed ecco che sul sito del Corriere oggi si legge di "kamikaze" e "attentato" ad Amman! Fossi nei panni dell'ambasciatore giordano in Italia denuncerei il Corriere per diffusione di notizie false, atte a danneggiare l'industria del turismo giordano alla vigilia del periodo estivo di grandi arrivi dall'Europa.

sabato 7 giugno 2008

Tutto il mondo è paese. I bengalesi, “rom” del golfo!


Negli ultimi tempi l’opinione pubblica in diversi paesi del golfo è rimasta scioccata da efferati crimini commessi da membri della numerosissima comunità bengalese presente. Si sono sollevate voci “xenofobe” simili a quelle che in Italia sentiamo contro i rom. Che vanno cacciati, che va regolato il loro flusso, che sono tutti delinquenti, ecc. Ora il Bahrain, noto in Europa solo per il GP di Formula 1, ha deciso addirittura di bloccare i visti in ingresso dal Bangladesh. Niente più lavoratori bengalesi, il tutto dopo che un meccanico bengalese ha segato un suo cliente in due per una discussione sulla tariffa. Negli ultimi due anni altri crimini commessi da bengalesi avevano suscitato la collera in Bahrein, tra cui quello di un cuoco che uccise la figlia del suo datore perché aveva criticato il suo modo di cucinare a quanto pare. Ricordo che gli immigrati in Bahrein sono circa la metà della popolazione e che solo i bengalesi sono circa 110 mila, su un milione di abitanti, l’11% quindi, percentuale altissima rispetto a quelle degli immigrati in Europa. (i romeni in Italia sono 600 mila, che su 58 milioni di abitanti sono poco più dell’1% della popolazione).

E’ curioso vedere che i partiti e movimenti islamici sono quelli più divisi e netti nel loro giudizio su tale provvedimento in Bahrein. Da una parte i salafiti, che avevano chiesto da tempo al governo limitazioni all’ingresso dei bengalesi nel regno. Dall’altra parte intellettuali “islamici” che ricordano a tutti che Allah giudica l’individuo, non il popolo o la comunità, quindi considerano questo modo di ragionare quasi “blasfemo”. Un po’ come la differenza in Italia tra i leghisti “cristiani” e la Caritas “cristiana”. Tanto per dimostrare che ognuno percepisce quello che gli pare della religione a seconda del “background” politico e culturale che lo caratterizza.

martedì 3 giugno 2008

Iran libero. Ma da chi?


Vari quotidiani (principalmente il Riformista) e intellettuali nostrani stanno promuovendo una manifestazione contro Ahmadinejad in arrivo a Roma, fin qui nulla di strano, si può benissimo manifestare contro chiunque. Il senso della manifestazione è però un po’ ambiguo, si parla di manifestazione per liberare l’Iran. Ma liberarlo da chi? Forse molti si stanno dimenticando una cosa fondamentale, l’Iran è uno dei pochi paesi islamici democratici, Ahmadinejad è stato democraticamente eletto dal popolo iraniano, quindi si può benissimo odiare come si possono odiare Bush e Zapatero, ma il popolo iraniano non ha certo bisogno di essere liberato (ricordo ai nostri giornalisti “distratti” che l’attuale sistema di stato “islamico” presente in Iran è stato voluto dal popolo iraniano con la rivoluzione islamica del 1979 contro il regime dello shah). Casomai andrebbero liberati egiziani e marocchini, però i loro tiranni, quelli si che lo sono, hanno una caratteristica che li rende immuni alle critiche, sono amici dell’occidente. Mubarak non è stato scelto dal popolo egiziano, i vari Re e principi in molti paesi arabi non sono stati scelti dai loro popoli, Ahmadinejad invece, che ci piaccia o no, è stato scelto dal suo popolo in elezioni regolari.

Il problema è che se vogliamo essere onesti dobbiamo dirla tutta, a noi in realtà della democrazia nel resto del mondo non ce ne frega proprio niente, a noi interessa avere governi amici che fanno i nostri interessi e obbligano i propri cittadini ad accettare il “sistema”. Anzi, forse sarà solo un puro caso, ma gli unici regimi mediorientali che notiamo sono quelli che ce l’hanno con Israele. Coincidenze…

venerdì 16 maggio 2008

La “nakba” vista con gli occhi di una nonna palestinese


In questi giorni in Israele si festeggia il sessantesimo anniversario dalla nascita dello stato ebraico, dall’altra parte i palestinesi piangono per la sessantesima volta la nakba (catastrofe) che fu per loro la nascita d’Israele, con i massacri e i villaggi spazzati via e i rifugiati che ancora oggi sognano di tornare a casa.

Rafka Darwish, Umm Tawfik, nonna palestinese di 105 anni, ricorda bene la nakba ma soprattutto la vita palestinese prima del 1948 e l’ottima convivenza con cristiani ed ebrei della Palestina.
Umm Tawfik è una rifugiata, nata nel 1903 nella cittadina palestinese del Majdal (Ashkalon). Ha 5 figli e un centinaio tra nipoti e bisnipoti. Tre dei suoi figli sono morti a Gaza ma lei ancora sogna di tornare a casa.

Racconta la semplicità del suo quartiere del Majdal prima del 1948. “la nostra vita era tranquilla prima della nakba quando gli ebrei occuparono le nostre case…eravamo il paese più grande della zona, lavoravano quasi tutti nel commercio e nell’artigianato, non ci mancava niente, eravamo semplici ma non conoscevamo la povertà”.

Nonostante la semplicità e la poca istruzione, dato che c’erano solo scuole elementari e per proseguire gli studi superiori bisognava andare fino a Gerusalemme, era considerata una vera e propria vergogna la presenza di poveri nel paese. “I ricchi avevano l’obbligo di nutrire i poveri, eravamo autonomi in tutto, le olive e l’olio, il grano, il pollame, tutti lavoravano la propria terra, persino le piogge erano molto più frequenti all’epoca”.

Ricorda che prima di emigrare vivevano con famiglie palestinesi ebree, con le quali avevano ottimi legami. “Ricordo benissimo il nostro vicino Yitzhak, eravamo molto legati”, così come il legame era molto forte con le famiglie cristiane del paese.
Umm Tawfik e il marito possedevano 5 negozi e 120 dunum di terreni agricoli (12 ettari) oltre alla casa. Tuttora conserva i documenti e gli atti di proprietà e le chiavi di casa.

Il giorno della nakba lo ricorda così “Eravamo nel periodo di raccolta quando gli ebrei iniziarono a bombardare le nostre case di notte e al mattino aumentò seppellendo molti sotto le macerie, molti massacri vennero compiuti contro i villaggi palestinesi, specialmente intorno a Gerusalemme”.
“Tutto ciò ci terrorizzo, quindi decidemmo di allontanarci per qualche giorno, settimane al massimo, per tornare quando si sarebbe calmata la situazione, non ci portammo dietro nulla di prezioso, eravamo convinti di tornare”.
“Nessuno immaginava di ritrovarsi 60 anni dopo ancora lontano da casa, lasciarono tutto convinti di tornare, perfino la cucina la misi in ordine prima di uscire”.
“Il cammino verso Gaza fu tremendo, era dura e lunga e ci bombardavano in testa, c’erano vecchi e bambini e molti di loro non riuscivano a camminare e andavano portati in braccio”.

Umm Tawfik racconta il duro impatto con Gaza. “Arrivammo alla periferia di Gaza, era povera e piccola e con pochi abitanti”. “All’inizio ci ospitarono le famiglie di Gaza, ma con il passare del tempo iniziammo a prendere le camere in affitto, pagando somme modeste, alcuni si costruirono delle baracche o delle piccole case con legno e pietre, poi iniziò ad arrivare il sostegno di diverse organizzazioni internazionali, con cibo e tende, iniziarono anche ad organizzare le classi scolastiche nelle tende”. Ricorda che i campi profughi nacquero nei primi anni cinquanta con una camera per ogni quattro persone, poi arrivarono scuole ed ospedali.

giovedì 15 maggio 2008

I TG fatti con i piedi!


E’ l’una di notte, c’è l’ultima edizione del TG5 in corso, mentre leggo un po’ di cose sul web sento dalla tv alle mie spalle di un missile lanciato da Gaza e caduto su un centro commerciale nel sud d’Israele, causando 13 feriti. Mi giro e continuo ad ascoltare, il conduttore afferma che l’atto è stato rivendicato dal “fronte popolare per la liberazione della Palestina” e dai “comitati popolari per la resistenza”. Poi conclude dicendo che sono sigle affiliate ad Hamas!

Il fronte popolare per la liberazione della Palestina (FPLP) venne fondato dal medico palestinese cristiano George Habash e il movimento si ispira apertamente al marxismo. Ora il TG5 ci dice che i marxisti sono integralisti islamici.

L’ennesima conferma, per chi non l’avesse ancora capito, che i media italiani stanno al giornalismo serio come un giornaletto di scuola sta al NY Times…

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